UN FRENO ALLE DELOCALIZZAZIONI

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Oggi alle 16.50
Nei giorni scorsi avevamo scritto della questione della Safilo, uno dei tanti esempi di delocalizzazione fatta sulla pelle dei lavoratori italiani.
Ora dobbiamo dare atto al governo italiano che, seppur molto lentamente e non ancora incisivamente, qualcosa si muove per contrastare il fenomeno della delocalizzazione: con la manovra d’estate, in vigore dal 1° luglio scorso, che deve ancora essere trasformata in legge, l’articolo 13 impone alle imprese italiane, ed anche a tutte le collegate e controllate,non solo ubicate in paradisi fiscali o paesi compiacenti,ma anche in tutti gli Stati europei che abbiano una tassazione più favorevole, rispetto a quella italiana, inferiore a più della metà, di versare allo Stato italiano una parte di aliquota fiscale che, fino ad oggi, non erano obbligati a corrispondere.
Nella lista sono compresi anche Paesi europei quali Irlanda, Gran Bretagna e Olanda.
Per chiarire meglio il concetto facciamo un esempio: se una società italiana ha una filiale in Irlanda fino ad oggi paga il 12% di aliquota, se la norma sopra citata diventerà legge, questa stessa azienda dovrà versare all’erario italiano la differenza tra la nostra aliquota, pari al 27,5%, e quella pagata pari al 12%. In pratica dovrà versare in Italia un po’ più del 15%.
Le industrie più “ colpite” – il virgolettato è d’obbligo – da questa legge sono quelle dell’alta moda, le banche e le assicurazioni.
Non a caso il primo a scagliarsi contro il provvedimento è stato Santo Versace.
Questa norma, in esame alla Camera da lunedì prossimo, costringerà i grandi gruppi a ripensare alle loro strategie di delocalizzazione.
E sarebbe veramente giunto il momento, sosteniamo noi di Forza Nuova, che ci sia una netta e chiara inversione di tendenza ed uno stop alla migrazione industriale.
Non è accettabile, e non era accettabile, che chi si è arricchito sfruttando il lavoro italiano poi vada all’estero ad investire quei capitali accumulati a danno e scapito del nostro sudore.
Crediamo essere giunto il momento di difendere il lavoro italiano che ha contribuito, in maniera rilevante, alla crescita e prosperità della nostra terra.
Non è più possibile che questa casta di parassiti vada a continuare ad arricchirsi all’estero lasciando nella disperazione e nella miseria migliaia di famiglie italiane i cui componenti sono efeustificamente chiamati “ esuberi”.
Una classe dirigente che ha veramente a cuore il benessere dei propri connazionali ha il dovere politico, oltre che morale, di difendere il proprio popolo.
Questa norma, a nostro avviso, è un primo, piccolo passo verso la strada della difesa della produzione nazionale: vedremo come andrà a finire in Parlamento dove le potenti lobbies capitaliste sono sempre in agguato, pronte, ad ogni piè sospinto, a difendere gli interessi dei potentati economici contro quelli del popolo.

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